Educazione emotiva a scuola con la DanzaMovimentoTerapia

Le emozioni sono essenzialmente sociali ma possono essere soffocate da una sovrasocialità che confonde le coscienze individuali. Quando ciò accade, le nostre emozioni vengono attutite e non ci indicano più la strada. Ma a volte le emozioni possono esplodere, dando vita a una nuova realtà interiore e sociale. E quando si riesce a dare un nome a queste emozioni si può dar vita a una rivoluzione privata o collettiva.

(E. Illouz, Modernità esplosiva )


Da molti anni ormai entro nelle classi della scuola secondaria, attraverso laboratori che mi permettono di utilizzare l’espressività corporea e gli strumenti della danzamovimentoterapia per invitare i ragazzi a esprimersi all’interno del gruppo.

Le artiterapie sono una risorsa efficace perché propongono linguaggi che spesso rivelano anche ciò che le parole non sanno dire. Tuttavia, provare a elaborare l’esperienza corporea attraverso la condivisione verbale del proprio vissuto di movimento, come nel caso della DMT, è un passaggio del processo utile per acquisire consapevolezza rispetto a ciò che accade e come stiamo. All’interno di un gruppo, è anche un esercizio di ascolto degli altri, che passa anch’esso attraverso il corpo e le proprie emozioni.

Così, anche in classe, come nei gruppi di adulti, al termine degli incontri o di una breve esperienza corporea, invito ragazze e ragazzi a sedersi in cerchio, per raccontare come hanno vissuto l’attività. La difficoltà di parlare davanti ai compagni e alle compagne, anche quando è facilitata da domande semplici e dirette, è comprensibile, principalmente per due motivi: primo fra tutti la vergogna, che ha a che fare con un’età nella quale si tende a omologarsi agli altri piuttosto che a distinguersi, e con un contesto, quello educativo, nel quale le richieste sono differenti; in secondo luogo, la povertà di linguaggio e, in casi estremi, una lingua diversa dall’italiano, che ostacolano la possibilità di verbalizzare i propri vissuti (“non so come spiegarlo”).

Mettendo da parte queste considerazioni di base, che variano a seconda delle classi, anche là dove i componenti del gruppo partecipano e vogliono spontaneamente dire la loro, mi ritrovo quasi sempre a confessare ai ragazzi di sentirmi come davanti ai giudici di un talent show, che valutano le mie proposte invece di parlare della propria esperienza personale: “è stato divertente”, “è stato noioso”, “è stato più bello quello che abbiamo fatto la volta scorsa” e così via.

“Il secondo gioco non mi è piaciuto” – dichiara una ragazzina di prima media che ha voglia di parlare. Decido di non accontentarmi e le chiedo come mai non abbia gradito l’esperienza. “Non mi piacciono i giochi di squadra, di solito non partecipo” risponde.  L’esperienza consisteva nel muoversi nello spazio tenendo in 3 una corda tesa – due persone alle estremità e una nel centro – con l’obiettivo di non farla allentare. Decido di affondare: “Cosa è successo durante il gioco che ti ha infastidito?” “Niente… solo non mi sono divertita come le altre volte…” ripete. Insisto: “Come è andata? Siete riusciti a tenere la corda tesa?” “No”, risponde. Mi accorgo che le viene da piangere e corro a sedermi accanto a lei per creare un contatto. Appoggio una mano sulla sua schiena per farle sentire che ci sono e che può sentirsi libera di dire: “Non mi piacciono i giochi di squadra, perché se perdiamo ho paura che gli altri mi diano la colpa”. La frase le esce insieme alle lacrime come un rubinetto che si apre. Il pianto sopraggiunge quando il corpo smette di opporre resistenza e spesso la sensazione che arriva è di liberazione. Ora nella stanza regna un silenzio che in quattro incontri non c’era mai stato e persino i più casinisti, che di solito ridacchiano e si distraggono, hanno gli occhi sulla compagna in lacrime. Non è ciò che ha detto (che sicuramente non tutti hanno ascoltato o compreso) ma è il suo pianto che focalizza l’attenzione, qualcosa di estremamente intimo e umano che tutti conosciamo. Osservo in molti di loro lo sguardo della con-passione, è quello di chi partecipa alla sofferenza dell’altro e se ne prende cura. Il gruppo in quel preciso istante non giudica ma contiene. La ringrazio per il suo enorme coraggio e qualcuno accenna un applauso sincero. Lei sorride, allora mi rivolgo alla classe: “Quanti di voi hanno paura di sentirsi incolpati dai compagni di squadra per una sconfitta?” In quattro o cinque timidamente alzano la mano, cavalcando il coraggio della compagna o magari solo per solidarietà nei suoi confronti, per farla sentire meno sola. Ancora una volta la forza sta nel gesto: le mani che si alzano.

Il gruppo, anche in un luogo pieno di condizionamenti e pregiudizi come spesso è la scuola, ha un potere immenso quando vibra sulla stessa corda, quella del cuore. Semplice e profondamente umana. Succede, quando qualcuno ha l’immenso coraggio di lasciar cadere la maschera. È il momento in cui è possibile scoprire che non siamo soli e imparare a guardare sé stessi e l’altro in modo diverso.

Ciò che accade a scuola mi fa riflettere su quanto questa abitudine di esprimere un giudizio, invece di fare lo sforzo di mettersi in ascolto di sé, sia il riflesso di un mondo incapace di guardarsi dentro, nel quale la richiesta di valutare il prodotto sul mercato ha sconfinato anche nelle esperienze umane, generando tuttologi che sparano sentenze, spesso con rabbia e arroganza, nascondendo sé stessi dietro alle loro resistenze.

Ecco perché l’educazione emotiva a scuola è fondamentale, per risvegliare i giovani dal torpore al quale li abbiamo abituati, invitandoli all’esercizio dell’ascolto del corpo e del cuore, che è semplice e umano, stimolando la curiosità di scoprire i propri meccanismi interiori e il desiderio di condividere le emozioni, per migliorarsi e sentirsi meno distanti dagli altri.

Personalmente ritengo che questa sia l’unica strada, se davvero è nel nostro interesse costruire, per le nuove generazioni, un futuro migliore.

(Le foto sono state scattate durante alcuni laboratori del progetto “La palestra delle emozioni” di Associazione Mercurio)

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