Chi frequenta gli alberi porta dentro di sé un’inevitabile dolcezza
(Alberi, Kōda Aya)

La lettura del libro “Alberi” di Kōda Aya mi è stata suggerita da un’amica che ben conosce la mia passione per la natura e in particolare per gli alberi, in realtà legata ad un approccio poco scientifico – anche se la curiosità mi spinge ad approfondire (spesso con scarsi risultati) – quanto piuttosto estetico, sensibile e contemplativo.
L’autrice – figlia di un famoso scrittore giapponese che in Italia purtroppo compare solo all’interno di un’antologia di un’edizione universitaria – ha vissuto la gran parte del secolo scorso. Questo testo, pubblicato nel suo paese postumo nel ’92, raccoglie 15 saggi scritti tra il ’71 e l’84 relativi perlopiù a viaggi nelle foreste del Giappone a seguito di guide esperte, dalle quali Kōda Aya cerca di apprendere nozioni prendendo appunti su un taccuino ma che spesso fatica a memorizzare e talvolta a comprendere (oh… come mi risuona!).
In generale l’opera miscela una commovente curiosità infantile, che si lascia avvolgere dalle emozioni senza filtri, e riflessioni profonde di una donna in età avanzata. Il risultato sono pagine semplici e tenere, talvolta quasi ingenue ma mai per questo superficiali. Al contrario, come scrive Laura Imai Messina nella fascetta che avvolge la recente traduzione italiana edita da Mondadori, “Kōda Aya ci mostra che è nella natura che si lascia intravedere il mistero della nostra esistenza”.
La visione dell’autrice è umile, accogliente e grata, allo stesso modo con gli alberi quanto con le persone che compaiono nei suoi racconti, e ci ricorda che “la sofferenza provata da una pianta e quella provata da un essere umano sono sorprendentemente simili” e che l’istinto di tutti gli esseri viventi, che siano piante, animali o persone, è quello di “riparare con disinvoltura il proprio aspetto esteriore” pur continuando al contempo a portare le ferite nascoste all’interno del proprio essere. Osserva con grande compassione come il tronco degli alberi cresce verso l’esterno, aggiungendo un anello ogni anno. E a tal proposito scrive quello che personalmente ritengo uno dei passi più struggenti del libro: “le ferite e le deformazioni vengono avvolte verso l’interno. Avvolgere vuol dire racchiudere con delicata cura. Significa custodire il cuore, proteggerlo, fargli da scudo contro i danni esterni”.
Contemplare gli alberi allora significa riflettere sul destino comune di tutti gli esseri e sfiorare anche solo per un momento la naturalezza che unisce vita e morte. Così scrive: “Avevo visto ciò che separa e insieme unisce la vita e la morte, intuito la crudele danza del ciclo vitale, ma non c’era motivo di esserne tormentati. Era un momento fugace e quanto ero stata fortunata a non lasciarmelo sfuggire!”
E ancora, la natura ci riconnette con il cambiamento, con il naturale scorrere del tempo e il lento divenire delle cose. L’autrice ci sussurra all’orecchio un insegnamento prezioso: occorre attraversare l’intero ciclo delle stagioni per comprendere davvero qualcosa . E in un altro punto pone una domanda che mai come oggi ci riguarda: “ è il ciclo della foresta a essere estremamente lento, oppure è la vita umana che scorre troppo in fretta?”

Più volte mi è capitato di riflettere su quanto gli alberi, immobili e incapaci di giudizio, siano non soltanto un’apertura verso l’ignoto per chi sa stare in ascolto ma anche specchi del nostro vissuto, eco del noto e della nostra estetica, e stimolo di un immaginario personale. L’autrice ci apre al suo mondo nel delizioso capitolo che descrive i kimono degli alberi. Avendo sempre indossato lei stessa l’abito tradizionale giapponese, è con grande precisione che, a seguito del suggerimento della guida di focalizzare la sua attenzione sulla corteccia degli alberi per riconoscerli, li descrive dettagliatamente come personaggi che indossano kimono dalle stoffe pregiate, rivelando un immaginario legato alla tradizione del suo Paese e a a un vissuto personale così coinvolgente da riuscire davvero a permetterci di goderne della bellezza.

Durante la lettura, sin dalle prime pagine mi sono sentita a casa, a partire dall’approccio dell’autrice nei confronti della natura, non da studiosa – spesso rivela di sentirsi ridicola nell’ingenuità con cui rivolge domande alle pazienti guide delle sue escursioni – ma mossa da “un senso di beata meraviglia” che la porta a descrivere foglie, fiori, piante con aggettivi umani e a rivelare le emozioni personali che scaturiscono dall’incontro con essi.
“L’unica cosa che può fare una persona inesperta – scrive – è buttarsi a capofitto nell’esperienza”. In questo caso, l’esperienza di Kōda Aya nella sua apparente ingenuità rivela una capacità rara e preziosa di osservare con il cuore aperto e un senso di cura e di immensa gratitudine verso tutti gli esseri che ci circondano. Non solo viventi, perché nello scritto emerge anche il rispetto per il dopo: piante ormai prive di linfa ma anche legno che diventa casa, tempio, persino fiammifero.
Da leggere e rileggere con lo stesso atteggiamento di apertura di chi scrive e del quale è maestra, affinché le parole che ci toccano possano accedere con semplicità e naturalezza oltre la nostra corteccia più dura.
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