Abbiamo reso il mondo estraneo a noi stessi e forse ciò che chiamiamo poesia è solo riabitare questo mondo e addomesticarlo di nuovo.
(Christian Bobin, Abitare poeticamente il mondo)

Ci sono scritti che sanno toccare corde profonde, nutrono e invitano a mantenere la rotta.
Mi è successo in questi giorni di vacanza leggendo “Abitare poeticamente il mondo” di Christian Bobin, un saggio brevissimo quanto prezioso che ho gustato come un pezzetto di pane appena sfornato.
L’autore dimostra con la densità che riesce a racchiudere in pochissime pagine ciò che vuole comunicare: la realtà sta nelle piccole e semplici cose, se abbiamo occhi per guardarle.
Il suo è un invito a cogliere e accogliere “l’impercettibile, il minuscolo, il muto e fragilissimo scorrere della vita” come l’unico modo per rimanere davvero ancorati al presente, al reale e rimanere o tornare ad essere umani. Ce lo dice con un ottimismo che arriva come un respiro profondo, spostando un po’ più in là la paura del futuro e delle nuove tecnologie. “La tecnica – scrive Bobin – fa espandere un’epidemia di irrealtà che invade silenziosamente il mondo” ma la poesia (che qui è un sinonimo naturale di ‘umano’) ci permette di “mettere la mano sulla punta più sottile del reale”. La possibilità di accogliere la realtà della vita, senza alcuna intenzione di prendere o di cercare consolazioni, non può essere minacciata da qualcosa che tenta di renderla facile, perché la vita non è facile né tantomeno comoda.
Per abitare poeticamente il mondo abbiamo bisogno di tornare a contemplare, perché “è un modo di prendersi cura”. Poeta è chiunque contempli, può esserlo chi è conosciuto come tale così come l’imbianchino che fischietta (“Le platrier siffleur” è il titolo originale dell’opera). L’autore ci apre gli occhi su ciò che abbiamo davanti e non vediamo e lo fa con la semplicità di un maestro zen.
Contemplare’ è un verbo che in queste queste righe ridona significato profondo alle cose più semplici, creando un ponte tra l’esperienza corporea sensibile e ciò che ci circonda. È un’arte alla portata di tutti, che ci restituisce alla natura e ci permette di accorgerci (e commuoverci) “per l’assenza di differenza tra ciò che vediamo e ciò che siamo”.

All’alba di un nuovo anno lavorativo, se da una parte sprofondo in questa visione delle cose come sul vecchio divano di casa, dall’altra ne sento la forza di una mano gentile che mi invita a continuare con costanza e coraggio a danzare lungo un sentiero disseminato di paure e pregiudizi, facendo attenzione alle trappole degli algoritmi, e a perseverare nell’esercizio e nelle proposte di pratiche di ascolto di sé e degli altri.
