La settimana della DanzaMovimentoTerapia promossa da Apid® (Associazione Professionale Italiana DanzaMovimentoTerapia), di cui faccio parte non solo come socia ma anche come referente per la Lombardia, quest’anno ha un tema importante: “Tessere ponti di pace con la DMT”.
In tempo di guerra, è quanto mai urgente riflettere sul significato della parola ‘pace’. Possiamo desiderarla con tutto il cuore, appendere bandiere sui balconi, presenziare alle manifestazioni che chiedono la fine delle guerre ma personalmente sono convinta che non otterremo davvero mai la pace se non iniziamo da noi stessi.
La Pace è una pratica costante e quotidiana che necessita del desiderio di consapevolezza e di un ascolto curioso e gentile nei confronti di sé stessi e degli altri. Praticare la pace richiede il coraggio di fermarsi e non scappare, di accogliersi con compassione senza indurire il cuore. Ogni volta che induriamo il cuore permettiamo all’aggressività, le cui radici hanno svariate forme (risentimento, pregiudizi, invidia, lamentele) di agire.
“La guerra e la pace iniziano nel cuore degli individui” scrive Pema Chodron, monaca buddhista, in un piccolo libro che sosta sul mio comodino da una decina d’anni e che sento il bisogno di leggere e rileggere ancora per ricordarmi di provare e riprovare continuamente e di rinnovare l’impegno. Il titolo, “Praticare la pace in tempo di guerra”, è un invito che personalmente sento urgente e ho voluto portare nell’incontro di DMT tra Oriente e Occidente da me proposto per la settimana della DanzaMovimentoTerapia.
La DMT offre un tempo per sé, in cui muovere il proprio corpo-cuore in uno spazio protetto, libero da pregiudizi e condizionamenti, nel quale muoversi e lasciare andare ma anche donare, prendere, condividere e relazionarsi con altre persone. Dare spazio al corpo significa accogliere una risorsa innata dell’essere umano, qualcosa di antico, inconscio, saggio e sconosciuto. E per ritrovarlo occorrono gli stessi ingredienti che Pema Chodron nel suo libro ci ricorda come necessari per coltivare semi di pace: coraggio, pazienza, audacia, curiosità, umorismo, giocosità e desiderio di creare una relazione gentile e onesta con sé stessi.

Nella dimensione di gruppo, il vissuto di danza personale viene condiviso in uno spazio che consola, contiene, incoraggia, sostiene, che accorcia le distanze e nutre la determinazione di conoscere e accogliere sé stessi in modo autentico, con tutte le fragilità del qui e ora, senza sentire il desiderio di mostrarsi perfetti o di scappare, di agire o di trovare rimedi e soluzioni immediati.
Nella capacità espressiva del proprio corpo che è di tutti, donne e uomini di qualsiasi età, quando, rispetto alla parola ‘danza’, che in realtà significa ‘tensione’, si superano i pregiudizi della mente di non essere portati, capaci, abbastanza elastici, o aderenti a determinati canoni estetici, si scopre di poter trasformare ciò che sentiamo come limiti in possibilità creative, che l’altro non è un termine di confronto che genera invidia o competizione ma uno specchio in cui mettere in luce parti di sé che vivono nell’ombra o vedere le cose da nuove e sorprendenti prospettive.


Pur facendo questo lavoro da tanti anni, ogni volta mi stupisco di come, in uno spazio libero da condizionamenti, sia possibile, nel breve tempo dell’esperienza, vivere la gioia di essere sé stessi (come spesso riportano gli utenti) e entrare nella relazione con gli altri attraverso una dimensione di fiducia, aperta e creativa. Il gruppo invita a comprendere la necessità di stare con gli altri in una relazione di condivisione e ascolto, per sentirsi meno soli in un mondo tanto connesso quanto superficiale, nel quale l’arroganza e l’aggressività sono maschere della paura e dell’isolamento.

La settimana della DMT mi ha dato modo di far conoscere il percorso del giovedì sera, che quest’anno ho iniziato a proporre presso il Centro Yoga Mandir, un luogo accogliente e protetto che ben si adatta alla pratica della danza come terapia.
Dopo aver portato la DMT in ambito educativo e nei luoghi di cura, ritengo necessario, in tempi così difficili, offrire uno spazio condiviso di ascolto e cura di sé, accessibile a tutti. E nonostante la difficoltà di seminare su un terreno duro e resistente – quello degli adulti “normalmente nevrotici”, secondo la definizione di Blanche Evan, pioniera americana della danzaterapia – sento la responsabilità paziente di prendermi cura di questo spazio-tempo come un piccolo orto, che accoglie chi desidera iniziare a coltivare semi di pace.
