venerdì 17 novembre 2017

MUOVERSI TRA SPAZI E ETA' DIVERSE

Entro nella bella sala di musica e teatro del liceo classico Tito Livio, che il Comune quest'anno ha concesso alla adiacente scuola media, attualmente carente di spazi, nella quale, da ormai diversi anni, Grazia e io, come Associazione Clack, conduciamo il progetto "Accogliere con il teatro", rivolto alle classi prime. Oggi sono sola. Lo spazio è una stanza quadrata, che suscita grande sorpresa, all'interno di un istituto fatiscente: pareti colorate e un lucido parquet invitano a togliere le scarpe con piacere. Sulla lavagna qualcuno ha scritto con il gesso "Aiutiamo chi ha bisogno di essere aiutato". La frase mi colpisce e mi invita a iniziare bene la giornata. Dal brusio sulle scale sento arrivare la classe, guidata da un delizioso gendarme, una prof elegante e autoritaria, di quelle purtroppo in estinzione, che nonostante i modi severi, sa riconoscere i bisogni e le possibilità di ogni suo allievo. L'incontro oggi è dedicato allo spazio che occupiamo con il nostro corpo, rispetto alla stanza e rispetto ai compagni. Al termine di ogni proposta i ragazzi alzano la mano e commentano, esprimono opinioni sulle proprie difficoltà o meno durante gli esercizi e si lasciano conoscere. Unica regola: non parlare degli altri ma di sé stessi. E' la terza volta che li incontro e già comincio a vederli con occhiali nuovi ed è esattamente questo l'obiettivo del nostro lavoro in ambito scolastico: ogni volta scoprire qualcosa di diverso in ogni singolo, lasciando che ciascuno si sveli, senza il giudizio degli altri e con i suoi tempi, ai compagni e alla propria insegnante, per quello che è e non per quello che sa fare o gli viene chiesto di fare. Esco soddisfatta, felice di aver ricevuto tanto, cosa che non sempre accade, specialmente con le classi delle medie. Chiamo Grazia per il resoconto sull'incontro. Dopo 20 anni di lavoro insieme abbiamo imparato a condividere tutto, perché quattro occhi sono meglio di due, guardano da prospettive diverse e ciò che una nota può essere utile all'altra la volta successiva, quando incontrerà la stessa classe.
Nel primo pomeriggio mi rimetto in marcia, destinazione Formainarte, dove mi aspettano due piccoli gruppi di bimbe. Oggi Corinna, che quest'anno mi affianca non può essere presente e le bimbe vogliono sapere perché. Quando c'è un cambiamento i bambini se ne accorgono e vogliono spiegazioni. La sala danza è molto grande, rumorosa durante i cambi d'ora che non coincidono con la sala adiacente. Le piccole di 3-4 anni solitamente sono attirate dal grande specchio, anche se non lo utilizziamo, e dalla voglia di correre in cerchio, finalmente libere di muoversi in un ampio spazio. Oggi tuttavia non c'è la consueta allegria e vivacità, una contagiosa nostalgia della mamma o della nonna coinvolge entrambi i gruppi. Lo spazio solitamente spensierato, accoglie lacrime e richiesta di coccole. Rotolando per terra, mi ritrovo come mamma orsa con i suoi cuccioli intorno, in cerca di contatto. Nel gruppo delle bimbe di 5-6 anni la più fantasiosa e chiacchierina del gruppo non parla, è triste, e la più piccola mi segue silenziosa, ciondolando come le sue lunghe trecce bionde. Anche loro hanno rivelato qualcosa di nuovo, qualcosa con cui noi genitori spesso dobbiamo fare i conti anche se non sempre ci piace, perché le aspettative sono diverse. "Mi raccomando: fai tutto quello che la maestra ti dice di fare!" dice una nonna prima della lezione. Sì, siamo qui per ballare ma mostrare le proprie emozioni è più che concesso in questo spazio di danza.
Esco intenerita, stanca e con le articolazioni e i muscoli del collo che cominciano a farsi sentire. Nel riprendere in mano il telefono, sulla via del ritorno, arrivano alcuni messaggi sul gruppo del corso di tip tap: dall'influenza alla sciatica, a problemi legati al lavoro, ci sono defezioni per la lezione di questa sera. Sorrido, catapultata dalle coccole dei piccoli al mondo adulto, quello che lavora fino a tardi e che comincia ad avere qualche acciacco, come me del resto.
Per uscire di casa per la terza volta, devo farmi un po' di coraggio, ma arrivo allo studio DY&G, dove affitto la sala per i corsi serali. In attesa che termini la lezione di zumba, ci lamentiamo, con ironia, di dolori e stanchezza, desiderando anche noi essere coccolati come i piccoli. Entrando veniamo avvolti da un clima subtropicale e odore umano. La sala è più lunga che profonda e questo facilita passeggiate ritmiche da una sponda all'altra, avanti e indietro come in una piscina. Quando poi prendiamo posto davanti allo specchio, ognuno occupa la sua posizione di sempre, come se l'avesse prenotata per la stagione. Da bambini fatichiamo a tenere una posizione nello spazio, da adulti non possiamo fare a meno di averne una fissa, che ci protegge e ci fa sentire più sicuri (Leggi in proposito: "La relazione con lo spazio"). La musica jazz, il ritmo e la voglia di esserci ed evadere da altri pensieri porta tutti a concentrarsi su nuovi passi, per capire come spostare il peso del corpo e trovare il giusto equilibrio. Il tip tap regala leggerezza, anche quando sento il peso di una giornata intera sulle spalle e vedere persone che fanno rapidamente progressi in una tecnica, con la quale si sono messi in gioco in età adulta, mi riempie di orgoglio, facendomi, al termine della lezione, volare fino a casa.
Questa giornata lavorativa è giunta al termine. Il mio corpo accusa tanta stanchezza ma nel cuore, come il fuoco in un caminetto, scoppietta la gioia di aver scelto di lavorare con le persone, di età diverse e all'interno di spazi nei quali si muovono corpi ed emozioni, in un mondo in cui mi sento schiacciare dall'eccessivo peso che si dà all'apparenza e alle cose.

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