domenica 11 novembre 2018

IL POTERE EVOCATIVO DELL'ARTE


Il desiderio di continuare ad esplorare la relazione creativa tra scultura e danza (leggi anche DALLA SCULTURA ALLA DANZA) prosegue questa volta in collaborazione con Silvia, guida esperta e appassionata di Girando Milano.
L'appuntamento è per le 10 davanti all'ingresso principale del Cimitero Monumentale di Milano. Il clima è novembrino ma fortunatamente non piove. I partecipanti hanno a disposizione margherite da lasciare come segno commemorativo e un taccuino dove appuntare frasi e parole che colpiscono curiosità e cuore. Io scelgo di farlo con una piccola macchina fotografica. 
Il percorso artistico di oggi è inedito rispetto al classico tour al Monumentale e per questo invito i partecipanti ad ascoltare ciò che li circonda con grande apertura sensoriale. Il tema del ruolo evocativo della scultura è molteplice in questo luogo, che si presenta come una vera e propria città, aperta a persone di ogni credo e vissute in epoche diverse tra loro.
Silvia ci conduce in un percorso tra opere d'arte, costume, storia della città e piccole curiosità, con grande sensibilità, lasciandoci il tempo silenzioso di elaborare pensieri e godere delle emozioni del momento. Mi affiora alla memoria il ricordo di me bambina, il giorno dei morti, in compagnia di mio fratello, curiosi tra le tombe a leggere nomi e osservare vecchie foto per inventare storie di vita e di morte. E mentre noi bambini giocavamo con la fantasia, gli adulti posavano fiori per commemorare i loro cari. Oggi ritrovo un grande e meraviglioso museo all'aria aperta, ricolmo di turisti, che insieme alla vegetazione rendono questo luogo estremamente vivo. Tra le immagini più suggestive un viale alberato, completamente ricoperto di foglie gialle che incessantemente si posano sul terreno e sulle tombe. 
Nel procedere, il tema della memoria si dirama. C'è una memoria comune e necessaria, come quella dei caduti nei campi di concentramento; c'è la memoria privata di una coppia di coniugi che il tempo ha trasformato in simbolo di tristi accadimenti storici, in seguito alla scelta di non restaurarne le statue decapitate dai bombardamenti; c'è la memoria di una famiglia sconosciuta che rimane legata al nome dell'autore del monumento funebre, come il caso della tomba realizzata da Arnaldo Pomodoro; c'è la memoria del piccolo figlio di Arturo Toscanini, offuscata dalla grande figura del padre, sepolto nello stesso luogo; c'è la memoria di chi è stato apprezzato in vita, come l'attrice Dina Galli, alla quale i milanesi hanno voluto donare un monumento funebre; ma anche la memoria di chi si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato, vittima di un attentato. Un cimitero è una città di storie, di relazioni spezzate, che lasciano madri senza figli, figli senza madri, donne senza il proprio compagno o viceversa. La città dei morti è la continuità terrena che vive nella memoria di chi rimane.
L'esperienza prosegue in sala danza dopo un piccolo spuntino. Ancora non mi è chiaro come procedere ma ho notato che sui taccuini è stato scritto tanto. Scelgo di coprire gli specchi con le tende per continuare a guardare con gli occhi del cuore. Con l'aiuto della musica e del ricordo torniamo alla città della memoria, per rievocare suoni e sensazioni, che ora possiamo permetterci di ascoltare con tutto quanto il corpo, attraverso la libertà del movimento.
Invito ogni partecipante a scegliere un solo pensiero, tra i tanti foglietti scritti, che sono stati posati sul pavimento, attraverso lo stesso gesto compiuto nel posare un fiore commemorativo su una tomba. Per leggerli bisogna girarci un po' intorno, come nel labirintico percorso del mattino.
Le frasi scelte, riportate da ciascuno su un'unica striscia di carta, costituiscono il filo conduttore del lavoro coreografico.
Inizialmente partecipo unendo gesti e movimenti proposti da ognuno ma andando avanti mi accorgo che il mio intervento è sempre meno necessario: il piccolo gruppo rivela un'ottima capacità di lavorare insieme, di proporre e accogliere le idee degli altri, di guidare e lasciarsi condurre. 
La luce naturale che entra dalle vetrate si oscura ma nessuno ha voglia di accogliere quella artificiale. Una piccola luce da scrivania sembra un giusto compromesso. Nella sala danza si è creata un'atmosfera poetica, serena e delicata. Noto che nei movimenti proposti è ricorrente la figura del cerchio che chiude verso una dimensione interna, intima e protetta. In un'ottica coreografica, temo che ciò rischi di escludere troppo l'ipotetico sguardo di uno spettatore. A parte qualche suggerimento in questo senso, cerco di limitare il più possibile il mio intervento. Dò un occhio esterno per mettere insieme i pezzi della coreografia, nella quale, sul finale, viene coinvolta la striscia di carta, che si fa simbolo della memoria di questa esperienza. Al termine rimane a terra, con i suoi pensieri scritti sopra. Ciò che vorremo conservare rimarrà dentro di noi. 

domenica 30 settembre 2018

MOVIMENTO AUTUNNALE AL PARCO SOLARI

Tra le varie iniziative di movimento da me proposte quest'autunno, ho inserito degli appuntamenti mensili domenicali all'aperto, con l'obiettivo di ritrovare il ritmo naturale delle stagioni. Decido di iniziare dal Parco Solari, la zona verde del "mio" quartiere. Avendo la straordinaria fortuna di svolgere un lavoro che per me è anche una necessità, che aumenta consapevolmente con l'età, decido di andare all'appuntamento, anche se non ho ricevuto adesioni.
Il cielo azzurro settembrino di ieri, oggi è grigiastro, il sole è nascosto e l'aria è più frizzante. Esco di casa vestita "a cipolla", mettendo nello zaino soltanto un plaid, uno scialle di lana e le chiavi di casa. Abituata a portare zaini pesanti e borse che riempiono mani e spalle, oggi mi sembra di avere sulla schiena un cuscino e questo mi dà un senso di piacevolezza. Anche l'assenza del cellulare si fa sentire, in senso liberatorio. Percorro la strada da casa al parco osservando poco ciò che mi circonda, concentrata su di me. Mi sento leggera ma allo stesso tempo centrata, in equilibrio sui miei passi. Ho deciso di dedicarmi questo tempo, provando a non preoccuparmi del giudizio esterno. Consideriamo strano ciò che non conosciamo, ecco perché nessuno si stupisce di vedere ciclisti in tutine attillate multicolor con buffi caschetti sulla testa, o corridori con cuffie alle orecchie di diverse dimensioni con fili collegati a fasce sul braccio, ma si potrebbe rimanere colpiti nel vedere movimenti naturali. 
Per scrupolo, mi reco al luogo dell'appuntamento: il prato accanto alla zona gioco dei bambini, nel quale è posizionato anche un tavolo di legno da pic nic. E' l'ora dei cani e dei loro padroni (mi si perdoni il termine ormai inadeguato nella relazione uomo-animale). Un comitato di quartiere sta ripulendo il parco: una bella iniziativa, data la notevole presenza di materiali abbandonati con trascuratezza, che con la natura non hanno niente a che fare. 
La scelta del luogo, oltre che facilmente individuabile, è posizionata ad ovest, la direzione che nella Medicina Tradizionale Cinese è legata alla stagione autunnale. Scelgo un punto in cui l'erba è meno spelacchiata, stendo il mio plaid, tolgo le scarpe e mi siedo in seiza, la posizione seduta tradizionale giapponese. Mi è difficile liberare la mente, decido di chiudere gli occhi e concentrarmi sull'udito, elencando ciò che sento: cani che abbaiano, rumore di passi sulla ghiaia, voci adulte e di bambini e il vento che, accarezzandomi la pelle, fortunatamente prende il sopravvento su tutto il resto, aiutandomi a distinguere ciò che sta dentro e fuori di me. La pelle segna i nostri confini, respira e si muove. E' nelle posizioni che crediamo statiche che riusciamo ad ascoltare l'incessante movimento del nostro corpo, che si muove in armonia, a cominciare dal respiro e dal battito cardiaco. Il vento mi invita a muovere il collo, le spalle, la schiena. Combatto un po' tra il bisogno di allungarmi là dove sento maggiori tensioni e il disagio di lasciarmi andare in un luogo pubblico. E' questo il motivo per cui cercavo compagnia: per sentirmi protetta e in un certo senso "autorizzata" ad esprimermi secondo la necessità. Vince il disagio, nel momento in cui il tavolo poco distante è vivacizzato dai preparativi di una festa. Una voce infantile ripete continuamente che il posto le piace, le piace tanto, con una sincerità che riporta il termine, sminuito dalla superficialità dei social, al suo significato originario. Di fronte a tanto entusiasmo, con il mio morbido fardello sulle spalle, inizio a vagare nel parco. Cammino lentamente, in contrasto con il ritmo di chi si sta allenando, passo da un albero all'altro per toccarne la corteccia, fragile e rugosa, che tanto mi ricorda le mani dei miei utenti più anziani. Tra questi alberi risiede la mia infanzia, quando i vialetti non erano ancora delimitati dal cemento e le mamme ci raccomandavano di fare attenzione alle siringhe per terra. Questo parco è legato al ricordo di amicizie, arrampicate sugli alberi, giri in bicicletta, mercatini, sbucciature, litigate, pianti e risate. Mi chino a raccogliere alcune castagne matte, che a ogni autunno mia mamma metteva sul comodino e dentro la borsa per proteggersi dai malanni invernali. Mi fermo ad osservare gli alberi dalle forme più strane e vorrei avere l'agilità di quand'ero bambina per potermici arrampicare ancora una volta. 
Mi sento pervasa da un senso di malinconia che mi stringe la gola e trova il suo spazio sotto un salice. Nascosta tra le sue fronde sento una lacrima rigarmi la guancia. Il tronco è violato da schizzi di vernice spray. A pochi metri, seminascosto dal letto di foglie cadute, giace il corpo di un piccione privo di vita, destinato a tornare lentamente alla terra, come nutrimento. 
Eccolo qui, l'autunno, il ritmo lento delle foglie, ormai superflue, che cadono leggere. Quel senso di malinconia, che il mio amato Calvino definisce come "tristezza senza peso". E' tempo di scegliere ciò che è da tenere e ciò che è necessario lasciare andare, lasciare andare ciò che non possiamo più essere, conservando ciò che ci è caro nei ricordi. E' tempo di prepararci a ripiegare verso l'interno, dalla manifestazione più esterna dello yang estivo verso ciò che è più nascosto, lo yin invernale. 
Anche questa per me è stata un'esperienza di danzaterapia. Se possiamo riconnetterci al nostro corpo-cuore attraverso la musica e i materiali, possiamo farlo ancora meglio attraverso natura, che più di ogni altra cosa offre spunti, forme, colori ed emozioni.
Ora so che questo era un viaggio che dovevo fare da sola e che l'esperienza all'aperto del mese prossimo non sarà più qui.


lunedì 20 agosto 2018

FELDENKRAIS E LE PRIME INTUIZIONI SULLO STUDIO DEL CORPO IN MOVIMENTO

Quest'estate mi sono decisa a conoscere meglio Feldenkrais, partendo dal suo primo scritto. Edito nel '49, si intitola "Il corpo e il comportamento maturo" ed è senza dubbio un libro impegnativo, almeno per me che faccio parte di quei "lettori comuni" ai quali, nella prefazione all'edizione italiana, è chiesto di "pazientare sui passaggi difficili".
Ingegnere e ricercatore di fisica nucleare, Moshe Feldenkrais (1904-1984), cintura nera di judo tra i primi in Europa, intraprese studi molto personali sul movimento, in seguito a dolori persistenti dovuti a una vecchia lesione al ginocchio. Documentandosi il più possibile dal punto di vista scientifico e affinando la propriocezione e la sensibilità cinestetica, riuscì a rieducarsi da solo evitando un intervento.
Quasi tutte le tecniche somatiche legate ancora oggi al nome di qualcuno derivano da un episodio di "autoguarigione". Ciò mi riporta alla teoria che l'essere umano possiede enormi possibilità, che alcune persone, dotate di grande intuito, riescono ad utilizzare, ad approfondire e a diffondere (leggi sull'argomento "Il futuro del corpo"). Feldenkrais è stato una di queste.
Nel suo primo scritto, sulle basi scientifiche e le teorie psicologiche a sua disposizione, egli esamina, a partire dallo sviluppo del neonato, quello che dovrebbe essere il naturale adattamento alla gravità, e le variabili che impediscono il raggiungimento di quello che chiama "comportamento maturo"(mature behaviour). Sul principio che l'organismo si relaziona con il mondo attraverso l'unità delle reazioni senso-motorie-emotive, e che, intervenendo su una parte, si possa influenzare le altre, propone un trattamento somatico che parte dalla rieducazione del senso cinestetico.
A proposito della posizione eretta e del movimento, ho notato alcune analogie con le tecniche legate alle origini della danza moderna, che vorrei accennare. Feldenkrais, su basi meccaniche, dichiara che l'essere umano in posizione eretta è concepito per il movimento. Quando è in piedi, infatti, si trova in una situazione di equilibrio instabile che governa tutto il comportamento meccanico del corpo. Il baricentro è in alto e questo gli permette di muoversi in ogni direzione con un ridottissimo dispendio di energia. Da ciò egli ipotizza la camminata ideale come quella che sfrutta la gravità mantenendo massima l'energia potenziale (sull'argomento leggi anche: "Biomeccanica del camminare e la perdita delle braccia").
Inevitabile il rimando alle teorie di Doris Humphrey (nella foto), peraltro precedenti al testo in questione. Sicuramente meno precisa dal punto di vista meccanico e fisico, la ballerina e coreografa americana idealizzava, nella sua tecnica, l'azione del camminare come un'esperienza di danza.
Il famoso principio di Fall & Recovery, che la coreografa definisce come "flusso costante che scorre in ogni corpo vivente" ha una chiave filosofica che si rifà a Nietzsche e ai due impulsi in conflitto, rappresentati da Apollo e Dioniso: da una parte la ricerca di perfezione e dall'altra il desiderio di abbandono. Da una parte la volontà apollinea di stare in equilibrio, dall'altra quella dionisiaca di lasciarsi andare e quindi di continuare a crescere. 
E dove Feldenkrais parla di "equilibrio instabile", la Humphrey descrive lo stare in piedi come immobilità apparente ma con un potenziale di movimento illimitato. Entrambi concordano sul fatto che là dove manca la semplicità dei meccanismi corporei, viene compiuto più lavoro del necessario. Ciò impedisce quello che Feldenkrais chiama "stato potente" e che per la Humphrey significa affermarsi, avere radici e quindi potere.

Il primo scritto di Feldenkrais rimane sicuramente un testo da rileggere e approfondire. Storicamente è un contributo all'avvicinamento tra Oriente e Occidente, attraverso il tentativo di spiegare in termini scientifici e psicologici i principi di movimento delle discipline orientali, dallo yoga alle arti marziali.
Personalmente, ritrovo nel "comportamento maturo" la possibilità dell'essere umano di cercare costantemente la piena funzionalità del corpo e della mente.